Una casa per gli ultimi: la filantropia della famiglia Ottolenghi ad Acqui Terme
Con questo nuovo articolo voglio commemorare il ricordo di mio papà Gianfranco che in questa struttura ha trascorso il suo ultimo anno di vita. Ciao papà!
Una casa per gli ultimi: la filantropia della famiglia Ottolenghi ad Acqui Terme
Ho già trattato in diversi articoli la storia degli Ottolenghi, famiglia ebraica piemontese, che lasciò nella cittadina di Acqui attraverso i suoi esponenti filantropici e mecenati due perle preziose: Villa Ottolenghi in quel di Monterosso della quale ho già parlato e la Casa di riposo Jona votata all’assistenza delle persone anziane, dedicata al prozio di Arturo e del quale è presente un busto a sua memoria in una nicchia della struttura.
La Fondazione Casa di Riposo Jona Ottolenghi, senza scopo di lucro, affonda le sue radici nel ricovero per indigenti fondato nel 1897 dallo stesso Jona. Fu poi il conte Arturo a trasformarlo in una moderna residenza per anziani, arricchita al suo interno da opere d’arte di notevole valore. L’inaugurazione ufficiale si tenne il 21 ottobre 1934, alla presenza del vescovo di Acqui, monsignor Delponte. Arturo e la moglie, Herta von Wedekind, vollero esprimere attraverso questa opera il significato profondo di due parole semplici ma decisive: amare e soccorrere. Così la struttura accolse gratuitamente gli anziani bisognosi, che Arturo chiamava con affetto “i miei amici ospiti”.
La stampa dell’epoca mise in risalto la portata di questo gesto: un progetto ambizioso, pensato per il bene della città e come atto di devozione verso la memoria materna. Lo stesso Giornale di Acqui, nella prima pagina del 29 ottobre 1932 a firma di Franco Cazzulini, sottolineava come Arturo avesse voluto donare una casa di riposo “a coloro che furono un giorno degli onesti lavoratori”, lasciando così un segno tangibile di gratitudine e generosità.
La Casa di Riposo Ottolenghi nel cuore di Acqui Terme
A due passi dal Duomo di Acqui Terme, la Casa di Riposo Ottolenghi si articola in due corpi distinti: il primo, di origine quattrocentesca, fu rielaborato negli anni Trenta del Novecento dall’architetto Marcello Piacentini; il secondo, più recente, risale al 1972.
La sua storia affonda le radici in un episodio lontano: nel 1415 Giacomo Marenco, non riuscendo a mantenere il voto di recarsi in pellegrinaggio al Santo Sepolcro di Gerusalemme, decise di devolvere una somma cospicua per la costruzione di un ospedale accanto alla Chiesa di Santa Maria Maggiore. Da quell’originario edificio del XV secolo deriva l’antico padiglione, di cui oggi rimangono due lati, reinterpretati con grande maestria dal Piacentini.
Sul portale di accesso campeggia la “Madonna col Bambino”, opera di Herta Ottolenghi, che con la sua fine sensibilità artistica ha saputo infondere un senso di accoglienza e benevolenza a chi varca l’ingresso. Sul massiccio portone in legno spiccano ancora le iniziali scolpite da Herta, “R” e “O”, a significare “Ricovero” e “Ottolenghi”.
All’interno, sulla destra, si incontra la cappella: il portone in mogano è impreziosito da angeli scolpiti sempre da Herta. Le quattro vetrate istoriate, opera del maestro vetraio Pietro Chiesa Jr., raffigurano le virtù cristiane, filtrando la luce in un gioco di colori e riflessi. La cappella conserva altre preziosità: il confessionale in noce con la statuetta del Buon Pastore realizzata da Herta, i marmi raffinati delle pareti e la Sancta Sanctorum interamente rivestita di mosaici della scuola vaticana.
Tra le opere più significative spicca il bronzo “Il Figliol Prodigo” di Arturo Martini, datato 1926. Considerata una delle creazioni più intense del Novecento, fu definita dallo stesso artista “l’opera più completa di sentimento e di forme dagli alessandrini ad oggi”. Acquistata dal conte Arturo Ottolenghi, venne collocata qui nell’autunno del 1931.
Al secondo piano del padiglione antico i conti Ottolenghi vollero istituire un originale luogo di socialità: il “Club dei Semprevivi”, una sala in cui gli ospiti trascorrevano il tempo conversando o giocando a carte e dama. Le pareti custodiscono ancora oggi affreschi delicatissimi di Fiore Martelli, capaci di suscitare un forte pathos emotivo. Di pregio anche la porta d’ingresso, decorata da Emilio Demetz, e le sedie lignee intagliate per gli ospiti. All’epoca, ciascuno riceveva in consegna un servizio di posate in argento e pranzava su tavoli disegnati da Fausto Saccorotti, fratello maggiore del celebre Oscar, pittore e incisore del Novecento. Accanto al “Club dei Semprevivi” si trovava il cosiddetto “Salone delle Minestre”, dove quotidianamente venivano accolti oltre duecento bisognosi provenienti dall’esterno.
Oggi la Fondazione continua a custodire e valorizzare questo straordinario patrimonio artistico, storico e culturale, promuovendone la conoscenza anche attraverso visite guidate. Dal 1° luglio 2024 la gestione della casa di riposo è stata affidata alla cooperativa Il Gabbiano, che garantisce accoglienza e professionalità in un clima familiare. Nel nome degli Ottolenghi, la struttura porta avanti la missione originaria: rendere meno faticoso il cammino della vecchiaia e restituire dignità e conforto a chi ha più bisogno.






