Noviziato della Compagnia di Gesù a Genova: il Complesso di Sant’Ignazio a Carignano

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Il Complesso di Sant’Ignazio a Carignano

La terza e ultima fase della turbolenta storia del Noviziato genovese si apre nel 1659. Le vicissitudini di questa fondazione sono estremamente interessanti poiché rivelano la particolare attenzione che i Gesuiti riservavano alla comodità, alla sicurezza e alla salubrità dei siti prescelti per ospitare gli studenti, i novizi e gli esercitandi.

La mancanza, o la venuta meno, di queste condizioni determinava l’immediata ricerca di nuove ubicazioni: non ad altre motivazioni si deve dunque la decisione di abbandonare, nonostante la conclusione dei lavori di adattamento e gli investimenti di Bernardo Onza, prima la sede di Sampierdarena e, successivamente, anche quella di Paverano considerata eccessivamente periferica e poco salubre. Cogliendo l’opportunità di avvicinarsi al centro della città, fu quindi stabilito di trasferire il Noviziato in un palazzo di proprietà della famiglia De Franceschi situato nei pressi della Chiesa di Santa Maria in Via Lata a Carignano.

La storia dell’edificio, acquistato dall’allora rettore del Noviziato Agostino Gherardi grazie alla donazione di Giacomo Filippo Durazzo e oggi sede dell’Archivio di Stato di Genova, è stata ampiamente trattata sia da Emmina De Negri sia da Alfonso Assini e Piera Ciliberto sia, infine, da Gianni Bozzo. Molto è stato scritto sui lavori di ampliamento che portarono il complesso ad assumere l’assetto definitivo e sugli affreschi di soggetto profano e mitologico, attribuiti ad Antonio ed Andrea Semino, che ornavano gli ambienti della villa dei De Franceschi e che, al loro arrivo, i Gesuiti provvidero ad occultare con uno spesso strato di tinta rossa.

Nell’ottica complessiva della storia del Noviziato a Genova, sono due gli elementi della sede di Carignano che meritano una particolare attenzione.

Il primo è costituito dai criteri che ispirarono l’intervento dei padri sulla struttura originaria della villa, ossia da un lato la necessità di avere spazi sufficientemente ampi per ospitare i novizi e, dall’altro, l’esigenza di mantenere un certo isolamento, fondamentale per i luoghi di formazione, senza per questo far venire meno la comodità rispetto al centro della città e la sicurezza.

Il secondo è il rigore che, insieme alla semplicità, caratterizza, da un punto di vista decorativo, la sede di Carignano.

Massima espressione di questa severità è la chiesa del Noviziato, intitolata a Sant’Ignazio ed edificata tra il 1723 e il 1730 su progetto di Gio. Antonio Ricca, ove non compare alcuna decorazione ad affresco nel rispetto di quel pauperismo tanto promosso dall’Ordine per le sedi non di rappresentanza e agevolato dall’assenza di finanziatori desiderosi di mettersi in luce attraverso la commissione di opere con cui arricchire il tempio.

Unica ornamentazione consentita è quella costituita da una serie di dipinti tra i quali si ricordano le due opere realizzate per gli altari laterali da Lorenzo De Ferrari (raffiguranti la morte di San Stanislao Kostka e la Vergine che porge il Bambino a San Luigi Gonzaga), e la tela per l’altare maggiore, realizzato da Francesco Schiaffino, raffigurante Sant’Ignazio di Loyola.

Seguono questo gusto austero anche gli altri ambienti della villa dai quali si discosta tuttavia una piccola stanza caratterizzata dalla presenza di affreschi databili al periodo in cui il complesso fu di proprietà della Compagnia. Ad oggi risulta difficile stabilire con assoluta certezza l’originaria destinazione d’uso di questo locale che Simona Antellini denomina ՙsalone gesuita՚ ma che potrebbe anche aver ospitato, in virtù dei soggetti raffigurati, la cappella (ricordata dal Ratti ma ubicata altrove da Emmina De Negri) in cui venivano celebrate le funzioni prima dell’edificazione della chiesa.

Tali dubbi nascono, in parte, dall’impossibilità di interpretare con certezza il programma iconografico ideato per questo ambiente.

Nei due grandi medaglioni che ornano le pareti a nord-ovest e sud-est, ad esempio, Simona Antellini individua, rispettivamente, la raffigurazione di un angelo che porge una tavoletta con inciso il monogramma IHS a Ignazio di Loyola, e il fondatore della Compagnia di Gesù che, in ginocchio, chiede conferma della sua regola a Papa Paolo III.

     

Tale interessante interpretazione può forse risultare condivisibile per quanto riguarda il medaglione di nord-ovest ma non dissipa i dubbi circa il tondo della parete di sud-est ove si riesce ancora a scorgere la figura inginocchiata, presumibilmente, di Sant’Ignazio, ma non quella del pontefice. La presenza, di fronte al santo, di quelli che parrebbero essere due scalini e un altare indurrebbe piuttosto infatti a pensare che l’episodio raffigurato sia quello della visione de La Storta.

Completa la decorazione della sala una ricca cornice dipinta sulla parete sud-ovest: realizzata per ospitare forse una Crocifissione, risulta tuttora affiancata da due finte nicchie all’interno delle quali sono raffigurati un San Giovanni Battista e una figura femminile identificabile, probabilmente, come la Vergine (la volta è caratterizzata invece da una finta architettura, costituita da un porticato con terrazze e balaustre ed ornata da quattro scudi sormontati da corone ducali, con al centro una figura di cui oggi si scorgono solo i piedi e la parte terminale della veste).

Le difficoltà interpretative (non risolte dall’analisi delle incisioni per il riporto del disegno) sono causate dalle trasformazioni subite nel corso del tempo da questo ambiente, oggi adibito ad ufficio, che si vanno a sommare ai crolli di intonaco e delle strutture portanti che hanno gravemente danneggiato la decorazione della sala.

Dopo la soppressione della Compagnia di Gesù, il Noviziato andò incontro ad un triste destino. Incamerato dal governo, come tutte le proprietà dell’Ordine, il complesso, nel 1793, fu venduto alle Monache Convertite di Santa Maria Maddalena che vi rimasero solamente fino al 1797 quando, caduta la Repubblica di Genova e soppressi numerosi ordini religiosi, dovettero lasciare la struttura.

Della permanenza delle monache nel Noviziato dei Gesuiti rimangono due tracce: la prima si trova nei sotterranei della sacrestia ove le religiose avevano ricavato un ambiente destinato ad accogliere i corpi delle consorelle defunte; la seconda, stando al Monti, sarebbe la decisione delle monache di intitolare la chiesa della loro nuova residenza a Santa Maria Maddalena e Sant’Ignazio. A partire dal 1805 il complesso, nuovamente demanializzato, viene adibito a caserma e tale destinazione d’uso permane anche durante il periodo del Regno prima di Sardegna e poi d’Italia rimanendo immutata fino alla Seconda Guerra Mondiale quando l’edificio fu abbandonato andando incontro ad un graduale ed inesorabile degrado.

Nel 1986, dopo essere stato scelto come nuova sede dell'Archivio di Stato, l’ex Noviziato è stato sottoposto ad una attenta opera di restauro e recupero che si è conclusa nel 2004.

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