Conservazione dei dipinti murali delle cripte rupestri: approccio diagnostico

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La conservazione dei dipinti murali degli ambienti ipogei è un argomento molto interessante e non troppo dibattuto che mi permette di presentare il lavoro di Davide Melica libero professionista, specializzato in indagini diagnostiche invasive e non invasive applicate ai beni storico-artistici, architettonici e archeologici titolare del Laboratorio di Consulenza e Diagnostica per il Restauro e la Conservazione di Copertino (LE). A questo primo contributo farà seguito un secondo che analizzerà nel dettaglio lo stato di conservazione di quattro meravigliose cripte ubicate nella provincia di Lecce.

[il presente contributo è firmato da Davide Melica e Giovanni Quarta, geologo del CNR]

 

Nel periodo compreso tra il VI e il XV secolo in Italia meridionale, ed in particolare in Puglia, alcune comunità monastiche provenienti dalla Grecia diedero vita a insediamenti rupestri che, in alcuni casi, si svilupparono come veri e propri villaggi scavati nella roccia calcarenitica.

La ricerca di luoghi sicuri e protetti dalle incursioni di altri popoli spinse queste comunità a vivere in luoghi isolati e di difficile accesso. Ogni insediamento comprendeva una particolare tipologia di architettura religiosa rupestre, la cripta, caratterizzata da decorazioni pittoriche in stile greco-bizantino, spesso sovrapposte a formare un palinsesto.

Nel territorio pugliese le cripte ipogee sono distribuite quasi ovunque, soprattutto nell’area di Taranto (Mottola, Massafra), al confine tra le province di Brindisi e Bari (Fasano, Monopoli) e a sud di Lecce, nel Salento (Vaste, Giurdignano, Veglie, Carpignano Salentino). In passato molte di esse presentavano estese superfici, anche quelle occupate da dipinti, coperte da spessi strati di “calcina”, a testimoniare un uso degli ambienti diverso da quello originario.

In alcuni casi gli scialbi di calce hanno protetto le finiture pittoriche dal naturale deterioramento e dagli atti vandalici, tuttavia più di frequente le particolari condizioni ambientali dei siti rupestri hanno causato un lento ma inesorabile degrado delle raffigurazioni.

La specificità degli ambienti ipogei è il primo fattore da tenere in considerazione nella valutazione dello stato di conservazione delle superfici dipinte e nella progettazione del loro risanamento.

Per definire un corretto intervento di conservazione non è sufficiente la sola identificazione delle tipologie di alterazione/degrado ma occorre risalire ai loro processi genetici, senza la cui eliminazione l’intervento risulterà vano.

La principale causa di alterazione delle pitture murali delle cripte ipogee, come noto, è l’umidità che, con i suoi movimenti e le sue variazioni, innesca un deterioramento sia di carattere biologico, legato allo sviluppo di microrganismi, sia chimico-fisico, correlato principalmente alla cristallizzazione dei sali solubili.

Contenuti anomali di umidità nelle pareti rocciose possono essere causati da infiltrazioni attraverso la copertura, in presenza di fratture nel banco roccioso, da processi di risalita capillare e dall’accumulo di acqua sul piano di calpestio, qualora l’accesso dell’ipogeo non presenti ostacoli alle precipitazioni meteoriche.

Al fine di ottenere un quadro conoscitivo completo ed esaustivo, da cui trarre utili indicazioni sulla natura dei materiali costituitivi, sui processi di degrado e sui possibili accorgimenti per la prevenzione ed il controllo dei fenomeni alterativi, è necessario uno studio diagnostico preliminare, che deve comprendere:

  1. un rilievo di durata annuale dei parametri microclimatici;
  2. la misura del contenuto di umidità e di sali solubili del banco roccioso, con particolare riferimento alle superfici dipinte;
  3. esami mineralogico-petrografici riguardanti il litotipo e gli intonaci di supporto alle pellicole pittoriche;
  4. analisi chimiche e osservazioni micro-stratigrafiche finalizzate alla caratterizzazione degli strati pittorici, alla verifica delle sequenze, alla distinzione degli strati originali da eventuali ridipinture ed alla definizione delle tecniche esecutive;
  5. analisi biologiche della microflora insediata sulle superfici.

Molte cripte pugliesi sono state coinvolte nei progetti di conservazione a partire dalla metà degli anni ’90 del secolo scorso, grazie a importanti finanziamenti destinati al restauro ed alla valorizzazione dei Beni Culturali. Tuttavia alcuni di essi, tra i più datati, non hanno previsto approfonditi studi diagnostici preliminari e tantomeno altrettanto importanti interventi di manutenzione programmata. In seguito, grazie anche alla maggiore sensibilità degli enti appaltanti, l’approccio alle problematiche conservative è diventato sempre più scientifico e si è orientato verso un elevato livello di conoscenza.

Nel mese di aprile del 2013, a distanza di circa 15 anni dai restauri degli anni ’90, si presentò la possibilità di valutare le condizioni di quattro cripte ubicate in provincia di Lecce: la cripta di San Salvatore a Giurdignano; la cripta della Favana a Veglie; la cripta di Santa Cristina a Carpignano salentino e infine la cripta del Crocifisso a Ugento. Nel prossimo articolo entreremo nel merito delle valutazioni fatte e dei risultati ottenuti.


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