Sul territorio alessandrino Palazzo Migliazzi già Polastri a Frugarolo

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Nel lontano 2006 venivo incaricata da una società di costruzioni di restaurare un importante palazzo sette-ottocentesco ricco di apparati decorativi pittorici e plastici, importante esempio di "casa di terra" del territorio alessandrino.

La configurazione planimetrica di Palazzo Migliazzi già Polastri a Frugarolo (Al) lascia intendere un’edificazione di fine Settecento con grossi interventi ottocenteschi che caratterizzano buona parte dell’immagine odierna e novecenteschi riconducibili ad adeguamenti per scopi abitativi che certamente hanno contribuito ad alterare la configurazione originaria.

L’immagine dei prospetti esterni è riconducibile con ogni probabilità all’ultima grande fase di intervento sull’immobile otto/novecentesca benché negli anni siano stati aggiunti elementi e corpi estranei che hanno contribuito a modificare l’assetto originario.


Palazzo Migliazzi, FrugaroloIl palazzo si presenta come un grosso edificio a blocco sviluppato su pianta rettangolare con prospetti simmetrici sui due lati più lunghi e più corti. La cortina edilizia su Via Villanova è però priva di discontinuità per la presenza di due muretti di raccordo in mattoni pieni intonacati, alti quanto il livello basamentale dell’edificio, che la collegano su entrambi i lati ad altre costruzioni. I prospetti sono tutti intonacati con modanature plastiche a rilievo e parti dipinte con la tecnica del trompe l’oeil.

Il prospetto principale, esposto a nord lungo Via Villanova, si estende su tre livelli più un piano interrato: l’edificio ha struttura verticale portante costituita da muratura parte in laterizio e parte in terra cruda: il piano interrato è in mattoni, il piano terreno alterna i mattoni alla terra cruda; il piano nobile è interamente in terra cruda mentre il secondo piano è in mattoni crudi e terra cruda.

La morfologia degli ambienti interni denuncia il ruolo di rappresentanza dell’edificio. Le decorazioni pittoriche interne sono ricollegabili alla fase ottocentesca della fabbrica che con buona probabilità caratterizzava anche le facciate esterne, come emerge dai lacerti di intonaco liscio ancora visibili sotto l’attuale decorazione.

L’accesso all’edificio avviene dal portone di ingresso che immette in un androne voltato, decorato con pitture murali eseguite prevalentemente a secco riproducenti temi geometrici e floreali ma anche effigi e stemmi araldici appartenenti a famiglie frugarolesi (due per ogni lato dell’androne).

Dall’androne si ha accesso ad un atrio di rappresentanza scandito da quattro colonne in  pietra e nella parte sommitale da un sistema di volte dipinte con festoni, volute e rosoni abilmente realizzati con la tecnica pittorica del trompe l’oeil. Lo sviluppo planimetrico degli ambienti al piano terreno sottolinea una configurazione cosiddetta “ad infilata” contraddistinta da ambienti di rappresentanza quasi tutti voltati e finemente dipinti.

L’accesso a questi ambienti avviene attraverso portoncini lignei modanati e dipinti sulla parte superiore della cornice. Laddove la pavimentazione originaria è ancora ben conservata è possibile osservare un uso diffuso di mattonelle in cotto, soltanto al piano terreno l’esigenza di rendere l’ingresso carraio ha unito al mattone la pietra che, disposta in lastre, facilitava l’accesso al palazzo anche in carrozza. Dall’atrio di rappresentanza era quindi possibile accedere, attraverso un portone finestrato, all’ampio cortile interno.
Palazzo Migliazzi già Polastri Frugarolo particolari Durante i miei primi sopralluoghi ebbi subito modo di notare come il secondo piano forniva significative informazioni circa il sistema tecnologico-costruttivo dell’edificio, realizzato abbinando al mattone crudo al terra cruda. Questa particolare tecnica costruttiva, tipica dell’edilizia minore, si ricollega ad un’antica tradizione del territorio piemontese: quella delle cosiddette “case di terra” ad uso prevalentemente rurale tipici esempi non solo del costruito frugarolese ma anche di altri paesi dell’alessandrino (Alessandria e dintorni, Tortona, Pozzolo Formigaro, Bosco Marengo e la parte nord – est di Novi Ligure). Questi edifici sono soprannominati “trunere”[1] dal vocabolo “trun” “mattone crudo” o “impasto di terra.
Palazzo Migliazzi mappatura degrado


[1] Il riferimento a queste case è rintracciabile anche nel documento “Costruzioni edilizie di terra battuta nel territorio della fraschetta” di Coppa Patrini dove si legge “[…] gli abitanti di Mandrogne sono amantissimi della vita nomade, si manifestano commercianti dall’età giovanile accettando il baratto in qualunque genere, anche quello più umile. Il più vivo desiderio del Mandrogne è di possedere un cavallo e una casa di terra […]”, è proprio la Patrini che, nel chiamare queste case “trumere”, spiega come queste costruzioni siano indice di progresso e di evoluzione architettonica. Cfr., G. Rossi, I terrarossa. Mandrogne e le sue origini, Alessandria, 1984, pp. 33-38.


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