L’adeguamento liturgico degli spazi religiosi e l’esperienza di Cuneo

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Nel 2016 ho avuto modo di partecipare, in qualità di team leader, al Concorso di Progettazione in due fasi per l'adeguamento liturgico e la progettazione dello spazio sacro della Cattedrale di Santa Maria del Bosco a Cuneo nell'ambito del progetto DEISIGN 2016 con giornata di formazione obbligatoria per tutti i gruppi partecipanti. E' stata un'esperienza di grande accrescimento culturale che ha richiesto un enorme sforzo per chi, come la sottoscritta, si occupa principalmente di restauro e conservazione degli edifici storici e non tanto di "adeguamento" o "trasformazione"…

Il gruppo di lavoro: 

  • Antonella Barbara CALDINI (team leader), architetto libero professionista, specialista beni architettonici e del paesaggio;
  • Maurizio Carozzi, architetto libero professionista;
  • Chiara A. Lanzi, PhD, storica dell'arte e Direttrice della Gipsoteca Giulio Monteverde di Bistagno (Al);
  • Don Matteo Firpo, sacerdote liturgista parroco dell’Abbazia di San Siro di Struppa a Genova:
  • Roberto Gianinetti, artista diplomato all'Accademia di Belle Arti di Brera, esperto in tecniche incisorie (xilografia e rilievografia);
  • Domenico Gazzana (consulente esterno del gruppo) Restauratore di Beni Culturali;
  • Danilo Gandini (consulente esterno del gruppo) geometra, libero professionista.

La proposta progettuale:

La proposta progettuale prevedeva la revisione dei tre luoghi eccellenti del presbiterio: l’altare, l’ambone e la Cattedra del Vescovo e mirava nella sua semplicità ad una interpretazione chiara ed immediata dei fuochi liturgici, valutata guardando l’intero edificio religioso e non solo l’area presbiteriale.

L'edificio infatti era caratterizzato nel suo complesso da un'ampia sovrapposizione di stili che, declinati in forme e colori differenti, si manifestavano nelle cappelle radiali, determinando una molteplicità e varietà non attenuata dai predominanti “connotati ottocenteschi[1]”. Si era pertanto giunti a definire come canone ispiratore del progetto la ricerca di un fulcro visivo prevalente dell'edificio, garantito dalla centralità dell’altare, dall’unicità dell’ambone e dalla rotazione, rispetto la posizione attuale, della sede del celebrante.

Benché le balaustre “cingevano pesantemente il presbiterio”, dopo un ampio ed approfondito confronto tra i diversi componenti del gruppo, si è deciso di conservarle. In questa scelta ha prevalso la considerazione che trattasi di manufatti appositamente costruiti e collocati a metà Settecento dal “piccapietre” Giovan Battista Scala, lo stesso che avrebbe successivamente dato coerenza ai pavimenti dell'intero edificio[2].

Il progetto prevedeva la rimozione dell’altare esistente, assemblato con i resti della demolizione del vecchio altare tridentino collocato in sede nel 1807, quando venne qui trasportato dalla Chiesa di San Filippo Neri in Mondovì[3]. Alla luce di questa vicenda si è immaginato di poter trovare una forma di conservazione dei marmi dell'attuale mensa, magari ricomponendoli in una sede deputata (sacrestia, museo diocesano) all'interno del disegno di una sagoma riproducente le forme del vecchio altare, testimoniate da fotografie di inizio Novecento.

Il nuovo altare, mantenuto sull’asse centrale principale della chiesa, veniva rialzato per renderlo meglio e più visibile da ogni punto dell’aula. Ha forma rettangolare ed è interamente circondabile, la nuova sagoma è in marmo botticino lavorato a spacco mentre la mensa è in botticino levigato. Sul pannello frontale due riquadri decorativi rievocano simboli eucaristici.

In quanto polo di attrazione dell’intera comunità celebrante, l’altare diventava nel progetto il punto centrale per tutti i fedeli e da dietro di esso partiva il monumento della croce, anch’esso progettato ex-novo. L’altare come simbolo dell’Agnello immolato era posto in alto per “attrarre tutti a sé” e mostrarsi nella sua unità teologica con la Croce.

Il nuovo crocifisso, “piantato” tra i gradini dell’altare quasi nella roccia dell’antico ed eterno Calvario, accoglieva il corpo tridimensionale del Cristo ed era caratterizzato da una leggera variazione cromatica resa “viva” attraverso la diversa finitura del legno. Tale sistemazione voleva essere una rivisitazione moderna della connessione tra altare e croce presente nell’edificio tridentino. Inoltre in questo corpus veniva ad inserirsi la figura del presbitero. Egli si trovava nel punto di congiunzione tra i due elementi quasi a significare che era proprio grazie al suo ministero che ciò che era scolpito sul legno della Croce diventava realtà sul marmo della mensa eucaristica. In questo senso i nostri elementi architettonici prendevano vita e forma nuova soltanto “nella” celebrazione dove a tutti gli effetti costituivano parte fondamentale della liturgia e non solo arredi esterni o elementi estranei.

Il fedele durante l’Eucarestia “vedeva” con gli occhi ed intuiva nella fede il legame tra croce, altare, sacerdozio ed eucarestia: tutti portavano alla Pasqua e la rendevano sperimentabile nella liturgia.

Anche l’ambone, luogo della parola di Dio, era stato interamente riprogettato: la sua forma arrotondata ed avvolgente era in marmo botticino (trattato alla stessa maniera della base dell’altare) e al suo interno tre scalini ad invito consentivano all’oratore di elevarsi. Sotto il corrimano in rovere, che coronava tutta la parte sommitale dell’ambone, stava il leggio. Esso era il luogo dell’annuncio della resurrezione, quasi icona del sepolcro di Cristo ed in questo senso era ben più di un semplice leggio ma costituiva quasi uno “scrigno” per avvolgere, “contenere” ed innalzare l’annunciatore della Parola. L’ambone non era fatto per evidenziare il libro ma colui che legge e proclama, colui nella cui voce Dio stesso parla al popolo convocato.

Come l’ambone anche la sede presbiteriale era stata ridisegnata, rialzata e ruotata in posizione parallela rispetto alla parete esistente. Con l’ambone essa era il luogo per la celebrazione della prima parte della Messa, la Liturgia della Parola. In essa avveniva il dialogo sacramentale tra Dio e il suo popolo, dialogo reso possibile dalla mediazione del ministero presbiterale. In questo senso la cattedra “guardava” sia a “Dio” sia al popolo. Dalla parte antistante l’assemblea, dopo la Liturgia della Parola, i ministri e lo sguardo dell’assemblea si muovevano e salivano al momento/luogo culminante di tutta la Messa: l’altare. La cattedra era in marmo botticino (trattato alla stregua dell’ambone e della base dell’altare) mentre la seduta è in rovere chiaro trattato; ai lati, più piccole, staccate e interamente in legno (rovere scuro), stanno le sedute dei ministri. Tutta la sede presbiteriale si elevava su una base rettangolare smussata, simile nei materiali a quella posta sotto l’altare.

Concludendo si trattava di un progetto che portava ad una rivalutazione simbolica dello spazio sacro che, nel contesto della celebrazione, accanto ai riti e alle preghiere, poteva diventare strumento per una reale partecipazione attiva dei fedeli e quindi per un loro accesso al Mistero.


[1] G. Galante Garrone, Guida alla visita della cattedrale, in G.M. Gazzola a cura di, Il duomo di Cuneo. S. Maria del Bosco, Cuneo 2001, pp. 31-52, p. 32.

[2] Anche il materiale è apparso molto significativo, trattandosi di Bardiglio di Valdieri, rappresentativo della ricca e prestigiosa tradizione marmifera locale.

[3] Don Maurizio Ristorto, S. Maria del Bosco, Cattedrale di Cuneo. Cenni storici, Cuneo, 1976, p.37.

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