Il Piano del Colore e il problema della conoscenza per la salvaguardia dell'esistente

Il Piano del Colore e il problema della conoscenza per la salvaguardia dell’esistente

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Il Piano del Colore e il problema della conoscenza per la salvaguardia dell'esistente

Ultimamente mi è capitato di sentire parlare dell'opportunità di adottare un Piano del Colore quale strumento guida nelle operazioni di recupero cromatico delle facciate del centro storico.

Il tema non è propriamente attuale perchè negli anni in cui lavoravo alla mia tesi di laurea (1999), avendo scelto come argomento della tesi proprio "le facciate del centro storico di Acqui Terme", avevo già affrontato in maniera approfondita la questione dei piani del colore e delle metodologie attraverso le quali giungere alla salvaguardia delle cromie originarie.

Il dibattito sull'opportunità o meno dei piani del colore si basa su aspetti decisamente non secondari: in primis la difficoltà di stabilire con certezza quali fossero le tinte originarie di ogni edificio (deducibili attraverso i raffronti incrociati tra le indagini di archivio e le stratigrafie delle coloriture superstiti), le difficoltà di normare gli interventi e soprattutto di monitorarli in fase di esecuzione presupponendo competenze adeguate, l'individuazione della giusta tavolozza di colori che oltre a dovere avere la medesima componente cromatica dei colori originari li doveva rispettare anche a livello materico (medesima composizione chimica) e, infine, l'individuazione di maestranze qualificate in grado di riprodurre i colori in maniera tradizionale.

Le facciate dipinte di Acqui Terme: un libro ne parla

Nella mia Città il grande intervento di recupero delle facciate del centro storico è avvenuto proprio negli anni in cui da giovane studentessa della Facoltà di Architettura dell'Ateneo genovese arrivavo al conseguimento della laurea e proprio durante i miei studi ebbi anche modo di confrontarmi con coloro che in allora erano preposti all'amministrazione politica della Città.

La lettura e lo studio delle Ordinanze comunali attraverso le quali si diede il via al recupero delle facciate evidenziò da subito l'opportunità di confrontarsi con gli amministratori locali, quantomeno per offrire lo studio che stavamo confezionando come base di monitoraggio dello status quo. 

    

Nonostante qualche apertura non si giunse mai ad un confronto tecnico reale e molti degli indirizzi tecnici contenuti nelle ordinanze vennero disattesi.

A titolo di esempio si suggeriva (quando possibile) la conservazione degli intonaci orginari che nella stragrande maggioranza dei casi furono integralmente rimossi (ricordo casi in cui la loro rimozione risultò persino difficoltosa a dimostrazione dell'assoluta tenacia dei vecchi intonaci), si suggeriva l'uso di intonaci tradizionali a base calce ed invece furono usati in prevalenza intonaci cementizi con degradi repentini ancora oggi ben visibili, si suggeriva il recupero degli apparati decorativi preesistenti che in diversi casi non furono riproposti (benchè chiaramente leggibili ne conservo ancora le fotografie) oppure furono reinterpretati (con aggiunte stilistiche spesso inopportune) e, infine, si suggeriva il rispetto delle cromie originarie a base di calce che invece furono riproposte con tinte ai silicati o acrilici (rari i casi di tinte a calce).

Si trattò quindi di un grande intervento di riqualificazione del centro storico ma come scrissi nel titolo della mia tesi di laurea si guardò al "recupero dell'immagine" piuttosto che alla conservazione di ciò che era originale e tradizionale.

Ringrazio comunque quella Amministrazione per avere consentito di esprimere liberamente gli esiti dei miei studi e averli pubblicati sul volume "Il centro storico di Acqui Terme i diversi momenti di una rinascita complessiva", edito da De Ferrari e a cura di Alberto Pirni, all'interno del quale ho raccontato in estratto il risultato della mia tesi di laurea (poi donata alla Biblioteca Civica di Acqui Terme).

    

Il Piano del Colore di Torino e il lavoro di Giovanni Brino

Guardando altri contesti, pare doveroso citare l'esempio di Torino dove il Piano del Colore è legato al nome del Prof. Giovanni Brino che si è speso moltissimo nella riuscita e soprattutto nell'applicazione di questo strumento. Fu creata una equipe di tecnici impegnati nelle fasi di sopralluogo e monitoraggio, preposta agli incontri con le imprese e per gli edifici vincolati con le Soprintendenze, un progetto decisamente più impegnativo e di ampio raggio che ha fatto vedere i suoi frutti  a distanza di molti anni quando è stato inteso appieno l'obiettivo dello strumento di Piano.

A distanza di anni mi sento di dire che il problema di fondo continua ad essere legato alla conoscenza e alla competenza ed anche alla necessità di effettuare i monitoraggi sugli interventi già eseguiti o che si intende eseguire.

Se da un lato occorre affidarsi a tecnici ed operatori qualificati in grado di conoscere le procedure per eseguire una stratigrafia delle coloriture e motivare sul piano documentale e materico la scelta di un colore piuttosto di un altro, dall'altro è indispensabile che anche l'organo preposto alla vigilanza sia sufficientemente istruito e in grado di distinguere quando è possibile conservare un vecchio intonaco, quando è necessario rimuoverlo, come deve essere realizzato un nuovo intonaco, come possono essere letti gli apparati decorativi spesso "nascosti" e come possono essere recuperate e ricampionate le antiche cromie.

Se manca la conoscenza viene meno ogni fondamento normativo e non serviranno neppure i dogmi del Piano del Colore a salvaguardare l'esistente, adottarlo poi a ritroso dopo che la maggior parte degli intonaci originali sono stati rimossi e con loro i colori e i decori passati, risulta essere davvero un'operazione di restyling che si discosta molto dal restauro e dalla conservazione.

 

2 pensieri riguardo “Il Piano del Colore e il problema della conoscenza per la salvaguardia dell’esistente

  • Arch. Antonella B. Caldini
    25 giugno 2018 in 10:42
    Permalink

    Buongiorno Mauro,

    La ringrazio per la sua preziosa testimonianza. Concordo in pieno con quello che dice, non amo i Piani del Colore perchè credo esistano strumenti di approccio conoscitivo dei quali avvalersi senza necessariamente seguire le "regole" del Piano. Purtroppo spesso l'educazione all'analisi preventiva manca ai committenti, al professionista e di conseguenza all'impresa. Il lavoro su Torino fu fatto con competenza ma comprendo che oggi, a distanza di anni, potrebbe essere revisionato se non del tutto superato.

    Nei piccoli centri poi il problema è ancora più grave, l'essere membro di commissioni paesaggio ed edilizie mi ha fatto capire che "il colore della facciata" è spesso un dato "soggettivo" e questa cosa è pericolosa e soprattutto da evitare.

    Per questa ragione ho apprezzato il suo intervento perchè alcuni vedono il "Piano del Colore"come la novità del secolo ed invece è un tema vecchio, come dice Lei, da superare

  • 25 giugno 2018 in 9:19
    Permalink

    Buongiorno Antonella, sto assistendo negli ultimi anni ad un tentativo (con fortune alterne) di superamento dei vecchi Piani Colore. Quello che ormai appare sempre più chiaro, è che ad essere normato dovrebbe essere l'approccio al costruito storico (vincolato e non), con indicazioni di metodo e non certamente solo di colore (ma cos'è il colore nell'ediliza storica?).

    Il lavoro di Brino a Torino è stato importante perchè si inseriva in un periodo di completa deregolamentazione…ma oggi se voglio intervenire su una facciata del centro storico di Torino recuperando il valore della sua originaria "finitura" (fatta di materia, lavorazioni, granulometrie, inerti,  trasparenze….) devo eseguire operazioni onerose di rimozione dei numerosi strati di tinte, di varia natura, perfettamente in regola con i codici colore forniti dal Piano Colore.

    un caro saluto

    Mauro Gentile

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